



"Sicuro, il mondo è questo e nulla più, ma non starò lì in silenzio ad aspettare che si freghi da solo."
Vignette, illustrazioni ed immagini dal mondo broiolo.
E ieri mentre vedevo un intenso “Primo Piano” dedicato a Peppino e ai 30 anni dalla sua uccisione, ho scoperto (da una inquadratura sul tavolo di Umberto Santino) di aver illustrato (nel 2006, la seconda edizione) la copertina di “PEPPINO IMPASTATO: anatomia di un depistaggio" (Editori Riuniti). Peccato che l’editore si sia dimenticato di avvertirmi (grrr). Ma comunque, mai stato tanto felice di un furto di copyright. L’illustrazione è estrapolata da questa vignetta del 2005. Tornando a “Primo Piano”, belli i compagni di Peppino che hanno parlato. Proprio belli, che purtroppo rilevavano: "mentre per il resto d’Italia siamo diventati quasi eroi, qui siamo da sempre emarginati". Ma concludevano: “se ci voltiamo indietro siamo contenti di tutto quello che abbiamo fatto”, e detto con una luce grande negli occhi. Li avrei abbracciati. Prima di proporvi un ottimo pezzo di Riccardo Orioles su Impastato, ricordo che domani su Liberazione esce Paparazzin 42. E’ sempre più bello e ricco di autori in gamba e ci sarà anche Peppino, peraltro secondo me, il più grande satirico italiano di sempre. Ecco ora lo scritto di Orioles, da: la Catena di S. Libero 362 del 7 maggio:
“Trent'anni fa veniva ucciso Peppino Impastato, che lottava contro la mafia nella Sicilia di allora. Allora i boss s'incontravano con gli esponenti del governo, la mafia stava nei grandi affari, i giornali tacevano e quelli come Peppino erano presentati come estremisti folli con chissà che idee strane in testa. Sono passati trent'anni: cos'è cambiato davvero? Come verrebbe accolto, se tornasse ora, Peppino? Spatola, Inzerillo e Badalamenti erano i tre esponenti autorevoli della mafia pre-corleonese. Dei tre, Badalamenti era quello che fece ammazzare Peppino e Spatola era quello che si incontrava - a quanto ha stabilito il processo di Palermo - con l'esponente politico Giulio Andreotti.
Cos'era l'antimafia negli anni '70? Negli anni '50 era semplicemente un' invenzione dei comunisti per fomentare l'odio sociale. I Salvo erano governativi e stavano nelle istituzioni. Come anche Ciancimino e Salvo Lima. Furono ammazzati più compagni in Sicilia che dissidenti in Bulgaria, in quegli anni là. E, come in Bulgaria, la stampa ufficiale taceva. A metà dei Settanta, gli anni di Peppino, l'antimafia era una battaglia vetero di alcuni compagni fuorimoda, che non riuscivano a comprendere come il mondo fosse cambiato. Essi si dividevano fra communisti tozzi e antipatici, come Pio La Torre, ed estremisti esaltati, pericolosamente vicini al terrorismo, come Peppino. Gente da tenere a bada; gente che, ad ammazzarla, si poteva contare su un tot di solidarietà inconscia (non sempre inconscia) da parte del potere. E dei suoi media, naturalmente. Guardare i giornali siciliani, e quasi tutti quelli italiani, dopo l'eccidio di Portella; o dopo quello di Avola; o dopo la morte di Peppino. Peppino, essendo un compagno, ne sapeva di più. Sapeva che la mafia non è semplicemente illegalità, roba penale. E' soprattutto potere, comando dei ricchi sui poveri, regime. "Borghesia mafiosa", diceva Mario Mineo già negli anni '60.. Ci sono pochissimi film che abbiano giovato alla lotta alla mafia quanto i Cento Passi". Decine di ragazzi che hanno scoperto l'antimafia proprio da quel film. Dio benedica chi l'ha fatto. Però non è vero che alla fine la gente, commossa, si schierò quasi spontaneamente dalla parte buona. Al primo corteo dopo l'assassinio, nei giorni di quel tragico "La mafia uccide il silenzio pure", c'erano pochissimi compagni dietro lo striscione. La presa di coscienza fu lentissima; ci fu molto più a Palermo che in provincia e molto più in altri paesi che a Cinisi. A Cinisi, a tutt'oggi, la maggioranza della popolazione è ancora culturalmente mafiosa. La lotta per Peppino fu portata avanti da pochissime persone, senza le quali tutto sarebbe finito lì. Era appena finito il '77 e fra i militanti "rivoluzionari" era in corso il "ritorno al privato". Già prima di essere ucciso, Peppino era un emarginato, in mezzo a loro. Fu dopo la sua morte che ognuno fu obbligato a scegliere. Alcuni privatizzarono sempre più le loro vite; molta Forza Italia palermitana viene da lì. Altri, soli e perdenti, risposero all'appello. E' ingiusto non farne i nomi. Umberto Santino, allora, gestiva una piccola libreria di Palermo (la "Centofiori") e aveva dato vita a un centro di documentazione. La lotta per la verità su Peppino, e dunque sulla mafia, e dunque sul potere, nacque lì. E' un particolare rimosso, e non è un particolare minore. Fu - inaspettatamente - una lotta vincente, poichè ebbe la fortuna di trovare sulla sua strada un interlocutore come il giudice Chinnici (altro dimenticato, e per buone ragioni anche lui). E così nelle carte della repubblica Italiana i posteri troveranno scritto che un antimafioso fu ucciso da Badalamenti, che era amico di Spatola, che era - se non amico - almeno un interlocutore di Andreotti.”

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